
Tre lutti in tre anni. L’ultimo stamattina. Così mi ritrovo a fare qualche telefonata, a dover spiegare, raccontare e non riesco a fare a meno di riflettere su quanto sia complessa la comunicazione di un lutto e di un dolore. In particolare, mi ritrovo a considerare quanto l’atteggiamento di chi ascolta influenzi la comunicazione stessa.
Ho sempre pensato che chi soffre ha dei diritti. Non, naturalmente, il diritto di fare del male agli altri, ma il diritto ad esternare il proprio dolore, il diritto a non essere felice, il diritto ad essere ascoltato e accolto.
Stranamente, nella mia vita ho sperimentato che la maggior parte delle persone rifiuta la comunicazione del dolore altrui. É tutto un how do you do, che richiede come risposta un altro how do you do impersonale.
Perché la comunicazione dei sentimenti ha questa caratteristica: altera i sentimenti di chi la riceve. Chi fa il nostro mestiere lo sa bene, la comunicazione lavora sul feedback emotivo, anche se deve vendere pile per le macchine fotografiche.
A volte, però, ho la sensazione che il dolore oggi sia diventato socialmente accettabile solo se esibito in modo eccessivo ed indagato maniacalmente. Il dolore televisivo, da reportage di bassa qualità, si trasforma così in qualcosa di romanzato, quasi irreale e dunque più facilmente vivibile.
Conseguenza di questo, il rifiuto del dolore quotidiano, non mediato, quello che stravolge sentimenti e comportamenti di chi lo prova. Quello che ci fa sentire responsabili verso chi sta male, che ci impone una azione di accoglienza e a volte una reazione/azione di solidarietà.
In qualche modo, dunque, oltre ad imparare come comunicare, dobbiamo imparare anche come ricevere la comunicazione, lasciando uno spazio aperto di contrattazione emotiva. Uno spazio di rischio, soggetto a modificazioni, in cui l’empatia diventa strumento di crescita e cambiamento personale oltre che di assunzione di responsabilità collettiva.
Foto | Pete Simon
si vede che è il momento di parlare di dolore http://pontitibetani.org/2012/06/05/tanto/
p.s. ieri alla fine dell’anno scolastico (di mia figlia 14 ani – 3 media) tutti i ragazzini e le ragazzine in lacrime, per i saluti, tanto dolore, forse piccolo, ma legittimo … che passava spesso sotto lo sguardo irridente di adulti e professori. incapaci di ascoltarlo e rispettarlo, e loro a sostenersi da soli. va bene così. non era una cosa grave. ma certo gli adulti hanno scarsa idea di quello che significa educare ….e rispettare.